Rifare l’impianto elettrico con la casa abitata: cosa chiedere prima

Quanto si rompe dipende dai tubi che ci sono nei muri. Cosa chiedere prima di cominciare, la regola sugli impianti di prima del 1990 e la detrazione.

di Danilo Mazzone, Cablomaz (Paese) · pubblicato il

Lettura: 5 minuti

In casa ci abiti, e l’impianto è da rifare. La prima domanda è quanto si rompe, e dipende da una cosa che da fuori non si vede: i tubi dentro i muri.

Si può rifare l’impianto senza rompere i muri?

Dipende dai tubi. Gli impianti si fanno coi fili dentro i tubi apposta, perché si possano sfilare e rimettere. Se sotto l’intonaco ci sono tubi interi e abbastanza larghi, i fili vecchi escono e quelli nuovi passano dalla stessa strada: in quei tratti il muro non si tocca. Se i tubi sono schiacciati, troppo stretti per i fili che servono oggi, o non ci sono proprio perché i fili sono murati, in quei punti il passaggio va rifatto, e può voler dire aprire una traccia nel muro.

Può essere tutto, niente, o una parte sì e una no: lo si capisce guardando l’impianto, stanza per stanza. E nel preventivo fatti dire cosa succede se, a lavori cominciati, salta fuori un tubo chiuso che prima non si vedeva.

Sfilare e infilare i fili è un lavoro sull’impianto: non si fa da soli, per legge lo fa un’impresa abilitata.

Cosa chiedere prima, se in casa ci abiti

Come lavoriamo lo trovi nella pagina degli impianti elettrici: sopralluogo, preventivo, lavori. Qui c’è quello che cambia quando in casa ci abiti.

Le cose su cui mettersi d’accordo sono poche e pratiche: da quale zona si comincia, quali stanze restano senza corrente e in quali giorni, dove si spostano i mobili, come si lascia la casa a fine giornata. Chiedile al sopralluogo: sono cose da decidere prima di cominciare.

Durante i lavori ci sono dei momenti fissati per guardare insieme a che punto siamo. Finito tutto si fanno le prove con gli strumenti, e solo dopo si scrive la dichiarazione di conformità, quella che tutti chiamano la certificazione dell’impianto.

Il decreto sugli impianti del 2008 prevede anche il caso in cui si rifà solo una parte dell’impianto: la dichiarazione riguarda quella parte, ma deve tenere conto della sicurezza e del funzionamento di tutto il resto.

La casa è di prima del 1990: l’impianto è da rifare?

L’età della casa da sola non lo dice. A Paese, al censimento del 2011, quasi sette edifici di abitazione su dieci erano stati costruiti fino al 1990. Ma l’anno della casa e l’anno dell’impianto sono due cose diverse, e quanti impianti siano stati rifatti nel frattempo il censimento non lo dice.

Per gli impianti fatti prima del 13 marzo 1990 lo stesso decreto dice quando si considerano adeguati. Dove l’impianto comincia ci deve essere un interruttore che stacca tutta la casa e che salta per il sovraccarico e per il corto circuito. Le parti in tensione non si devono poter toccare: i fili isolati, e prese, interruttori e scatole chiusi dalle loro placche e dai loro coperchi. E contro la scossa da un apparecchio guasto, quella che prendi toccando la lavatrice, deve esserci la protezione che il decreto chiama contro i contatti indiretti, oppure un salvavita da non più di 30 milliampere.

Una cosa la puoi guardare tu, senza toccare niente: sul salvavita, l’interruttore col tasto di prova, c’è scritta la sua misura. Quello di cui parla il decreto è da 30 mA o meno. 30 mA può essere scritto anche 0,03 A, che è lo stesso. Se c’è scritto un numero più alto, fallo vedere. Il resto non si vede a occhio: lo dice chi guarda l’impianto da vicino, con gli strumenti. E se nel quadro il salvavita non c’è proprio, quello va fatto vedere subito, senza aspettare di decidere sul resto.

Rifare l’impianto si può detrarre?

Per le spese pagate nel 2026 la detrazione è del 36%. Sale al 50% se la casa è la tua abitazione principale e a pagare è il proprietario, o chi ne ha l’usufrutto o un altro diritto reale. Chi è in affitto o in comodato resta al 36%, e così il familiare che paga i lavori senza essere proprietario. Il tetto è di 96.000 euro di spesa per abitazione, e la detrazione si recupera in dieci rate annuali uguali. È una detrazione dalle tasse: sul preventivo non cambia niente.

La messa a norma dell’impianto rientra anche quando il lavoro è piccolo, a una condizione: che alla fine ci sia la dichiarazione di conformità rilasciata da un’impresa abilitata. Si paga con un bonifico, in banca o in posta, da cui risultino la causale, il tuo codice fiscale e la partita IVA di chi fa il lavoro: se non sai quale modulo usare, chiedilo in banca prima di pagare.

Per le spese del 2027 le percentuali scendono: 30%, e 36% per l’abitazione principale di chi ne è proprietario. Conta l’anno in cui paghi: se il lavoro va a cavallo di dicembre e gennaio, senti il commercialista o il CAF prima di fare il bonifico. Sentilo anche se il tuo reddito passa i 75.000 euro: lì le detrazioni hanno un limite in più. I numeri aggiornati stanno sulla scheda dell’Agenzia delle Entrate.

E se non trovo più la certificazione?

Dipende da quando è stato fatto l’impianto. Per quelli fatti prima del 27 marzo 2008 il decreto prevede un documento che prende il posto di quello mancante, la dichiarazione di rispondenza: la firma un tecnico che ne ha i requisiti, dopo un sopralluogo e delle verifiche. Per gli impianti fatti dopo quella data questa strada non c’è: si chiede una copia alla ditta che ha fatto il lavoro. E per un impianto nuovo o rifatto in una casa già abitabile la ditta doveva depositarne una copia in Comune, allo sportello dell’edilizia, entro trenta giorni dalla fine dei lavori: si può provare a chiederla anche lì.

Quindi dire che il certificato si rifà vale solo per gli impianti fatti prima di quella data.

Il primo passo è farci vedere l’impianto: scrivici su WhatsApp o chiamaci al 338 571 8213. Per il preventivo veniamo da Paese a casa tua senza farti pagare l’uscita.

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